Boris Godunov
"Caro Leonard, guardare la vita in faccia,
in faccia... conoscerla, amarla...
E una volta amata, metterla da parte."
(Virginia Woolf - lettere a Leonard)
La verità è che non controlliamo nulla.
Avevo pensato che ci fosse una sorta di fifty-fifty tra gli eventi della vita che un individuo è in grado di controllare e quelli che sfuggono ad ogni controllo della logica. La pretesa di prendere gli eventi della vita e di sezionarli in due con un semplice ragionamento (sil-)logico è quanto di più vano si possa pensare.
È la logica che deve essere incanalata e suddivisa lungo l’asse della vita. Non c’è pezzo di materia vivente – prendi un tronco d’albero – che si possa dividere in due parti esattamente uguali. Tanto è vero che tagliare un tronco d’albero battendo l’ascia sull’asse trasversale rispetto alle sue venature interne è quasi impossibile senza l’aiuto di una motosega.
Coi soli mezzi che la natura gli dà – un paio di braccia – l’uomo non è in grado di rompere il tronco d’albero battendo l’ascia sul suo cuore. Il massimo che può fare è modificarne la forma scalfendo in profondità la corteccia: ma per operare qualsiasi cambiamento a livello della sua essenza, l’uomo deve ingegnarsi e seguire la direzione che la vita possiede già di per sé, il che vuol dire battere l’ascia sull’asse parallelo alle venature del legno.
Persino gli organismi non viventi e le creazioni stesse dell’uomo non sono sezionabili specularmente. Un’automobile, per esempio, è costruita per andare sulla strada, non per essere sezionata in due allo scopo di comprenderla. Tutto nasce da un disegno superiore a qualsiasi logica estetica di comprensione. È tanto chiaro quando si parla di automobili, non capisco quindi perché non dovrebbe esserlo per ciò che è stato creato prima dell’uomo. Ahimè l’uomo non è Dio, anche nell’ipotesi che Dio sia morto veramente.
Ogni riferimento alle casistiche personali che mi han portato a pensare quanto sopra non è che superfluo. Essere arrivato a questa consapevolezza per oggi mi basta e non pretendo di portare nessun altro sulla mia strada. Ognuno ci arriverà a modo suo, se vorrà arrivarci. Altrimenti vorrà dire che avrà vissuto bene lo stesso. Questione di metodologia.
Sei grande, nonna.Cavissime, avete ragione anche voi, ogni tanto. Da Dante a Montale fiori di illuminati hanno sprecato pagine per consegnare le armi, di fronte alle inoppugnabili verità che Cassandra profetizzava nelle segrete di Troia. Segno evidente che il segreto della vita è depositato indelebilmente in voi, tanto che nessuno, nemmeno Shakespeare travestito da Lady Macbeth o quel pazzo furioso di Henry Miller, non ha mai lesinato di riaprire le ferite che tre streghe si dileggiavano a profetizzare al nobile Macbeth tornato vincitore. Il sesso debole siamo noi, non voi. Quello che possiamo fare è semplicemente lottare per cercare di prolungare il più possibile quel momento di libertà che segue al nostro esordio nel mondo. Ma prima o poi ognuno di noi non può fare a meno di soccombere al vostro ordine e al vostro principio di necessità. E' soltanto una questione di tempo, nei limiti del quale giochiamo la nostra partita concedendoci sovente il lusso di inventarci le regole. A niente valgono, in fondo, le prevaricazioni e le discriminazioni che la storia ci consegna numerose, ultima l'assassinio di Benamir Bhutto.
Il mondo sta seguendo la direzione che Cassandra profettizzava. Con l'andare del tempo scema l'incredulità di fronte all'inevitabilità di quella visione, tanto che non ci fa più così paura immaginare la nuda Terra sotto le macerie di Troia distrutta e con essa di tutta la civiltà umana. Chissà se su Atlantide è andata allo stesso modo.
Mi avete chiesto di aggiornarvi sulla mia vita in quel di Tartu. Vorrei tentare di rispondervi con parole semplici, ma proprio non ce la faccio, né stasera né mai. In fondo so che mi capite, che mi avete già capito, sono un pezzo di raffinato cristallo che si sta forgiando, per usare le parole con le quali mi dimostrate il vostro affetto. Quello che vi chiedo è di non farmi entrare in contatto con il vetro che circonda la fucina dove avviene la forgiatura. Non è per cattiveria che il mastro orafo pulisce il banco di lavoro dalle scorie di vetro lavorato in precedenza, ma è piuttosto per amore verso il suo lavoro e verso la sua creazione.
Per questo, chiudendo l'anno, vorrei chiudere ufficiosamente anche questo blog. Se non forse in casi eccezionali, cercherò di ridurre al minimo le occasioni di non-vita a cui anche questo blog ha dato origine. Senza nulla togliere ai numerosi momenti di non-vita che mi hanno accompagnato in questi anni - e che pur hanno prodotto buoni esiti, nei campi dove ho voluto concentrare l'attenzione - sarà ora sulla strada e nella mia mente che vivrò e che non vivrò, nella misura in cui il clima estone me lo concederà.
Non chiedetemi notizie più dettagliate. Sarà più bello raccontarsele a voce quando ci rivedremo, qui a Tartu o in Italia o Dio sa dove. Per la cronaca, sappiate che ho ottenuto il prolungamento dell'Erasmus anche per il secondo semestre. Ovviamente siete tutti/e benvenuti/e a visitarmi, basta che mi facciate sapere con un po' di anticipo e che vi attivate a trovare un aereo. Lo zoo è aperto a tutti, anche se vi consiglio di visitarlo questa primavera, con un po' di caldo e di luce in più, come ogni zoo che si rispetti.
Per il momento, auguri di Buon Anno. Un bacio come si deve a tutti.
Se un giorno avrò una casa,
tappezzerò ogni stanza con una miriade di specchi.
Perché ogni volta che non sarò in casa,
mi ricordi che al rientro dovrò guardarmi negli occhi,
senza provare vergogna di vedere, nel vetro
un volto non rispettato e disonorato.

Forse la coscienza di un italiano
ha bisogno di essere percossa fino allo svenimento,
prima che reagisca, colma di sdegno e rivalsa,
ed espella il coraggio e la sfrontatezza che covano in lei.
Dopo la visione (in notturna) de Il mercante di Venezia di Michael Radford non mi resta che mordermi le dita per aver sempre considerato il cinema una forma d'arte "inferiore" alle sorelle maggiori. Probabilmente esisteranno film più funzionali a un tale ricredimento, ma il pregio di far rivivere Shakespeare a più di quattrocento anni dalle recite nei teatri di Londra (e con quale forza, merito, mi sento di dire, soprattutto di Al Pacino), tale pregio mi conquista alla settima arte in modo irreversibile.
Dirò di più. Voglio mettere finalmente nero su bianco un'idea nata in una notte di elucubrazioni mentali in quel di Borgo Canale 6, quando un po' di alcol riuscì infallibilmente ad unire tre menti già alquanto elucubrate ed intellettualmente tarate quali la mia (se mi metto in prima fila è più per solidarietà che per immodestia), quella di Gabriele e quella di Giorgio.
In quella serata, di cui esistono, ahimé, testimonianze documentate, si stabilì, fra le altre cose, quanto segue.
Essendo il cinema, come tutte le altre forme d'arte, nato da un'aspirazione dell'uomo a ricreare la realtà in una forma che si avvicinasse il più possibile alle forme e alle dimensioni esteriori del mondo da esso abitato, ed essendo per ora il cinema la forma d'arte che - ora posso dirlo - più lo rispecchia, si può tentare di dedurre cosa sarà il passo successivo nella creazione dell'uomo fattosi Dio.
E questo passo ulteriore, "l'ottava arte", nasce secondo me (non ricordo se i miei interlocutori già sottoscrissero questo mio pensiero) dall'incrocio tra scienza ed arte: ad essa ho voluto dare il nome del primo essere clonato, la pecora Dolly. Dolly era la reincarnazione della natura più simile e più perfetta a ciò che chiamiamo il miracolo della vita. Si potrebbe facilmente obiettare a questa tesi su basi teologico-morali, ma ciò su cui voglio porre l'attenzione è meramente il piano delle apparenze, dove le arti giocano la loro partita con la realtà.
E qui Dolly appare come la prima creatura dell'uomo in tre dimensioni. Giustappunto ciò che mancava al cinema per arrivare alla perfezione. Oltre, naturalmente, al respiro e a tutte le caratteristiche fisico-biologiche proprie di un essere organico, per non dire vivente.
Dolly è l'ottava arte. Lo dico qua, perché a nessuno venisse in mente di rubarmi l'idea iniziale e, allo stesso tempo, perché a qualcuno venisse in mente come rubarmela e metterla in atto. Si escludono tutti i tentativi, falliti in partenza, dei vari reality-show alla Grande Fratello. La via, diciamolo pure, poteva essere quella, soltanto con un po' di sale in zucca a 'ste pecore sulla scena.
Ora capisco, d'altronde, perché nella Fattoria degli Animali Orwell ci mette i porcelli a governare e gli uomini a scappare. Ahimé non sono così pessimista.
Dopo un'assenza che durava da settimane, oggi finalmente il sole ha fatto capolino tra le nuvole e ha illuminato l'assopita Tartu per quasi due ore. Un evento che mi ha messo talmente di buon umore da non sapere come sfruttare tanta bontà. Non ho potuto fare altro che catapultarmi in strada armato di macchina fotografica per immortalare questo raro momento, in apparenza così banale.
Dopo una presenza al mio fianco che durava da settimane, stasera il mio compagno di caccia ha inspiegabilmente abbandonato la partita e non è venuto in discoteca. Un evento che mi ha messo nella condizione per illuminare l'assopito Marco per più di due ore, tanto da non sapere come sfruttare tanta bontà. Non ho potuto fare altro che catapultarmi in strada armato di fucile e di obiettivo, per immortalare questo raro, nuovo, finora quasi sconosciuto momento, in apparenza così banale.
Il sole a Tartu. Io che entro solo in discoteca. Anche se il sole ha soggiornato nel cielo estone soltanto per due ore, anche se la battuta di caccia non è stata così produttiva come quando si era in due, sono questi i momenti che voglio immortalare. Mi vengono in mente alcuni film di Al Pacino che mi sto divorando nei tanti spazi di tempo: Tony Montana che ottiene la carta verde ammazzando il rifugiato politico cubano; Michael Corleone che ammazza il mafioso turco e si rifugia in Sicilia; Riccardo III che convince il re Edoardo IV ad ammazzare il fratello erede al trono. Tutti personaggi all'inizio della carriera, senza nulla da perdere.
Ragazzi, al ritorno da una settimana a Pietroburgo, la situazione estone si fa piuttosto critica.

Se il sole dà alla testa, credo che la mancanza pressoché totale di sole produca effetti ancor più devastanti che i quaranta gradi italiani. Voglio credere che tutto sia dovuto a questo. Altrimenti non mi saprei spiegare certi tiri mancini che i bianchi, pallidi, lunari nordici giocano nei confronti di noi neri, scuri, solari meridionali.

Non ci si finisce mai di stupire, giorno dopo giorno. Ovviamente si resta in piedi e si guarda oltre il cadavere del nemico. Boia chi molla.

Ma se succede qualcosa (soprattutto con la lituana, e non quel qualcosa), voglio almeno essere processato ad Hannover. Sentite qua sotto. Con questo clima, questo ed altro. E qui chiudo.

Violenta La Ex In Germania: Sconto Pena Perche' e' Sardo - (AGI) - Cagliari, 11 ott. - Ha tenuto segregata per giorni la ex fidanzata, l'ha picchiata, violentata, torturata e umiliata in vari modi ma ha ottenuto uno sconto di pena perche' e' sardo. L'incredibile vicenda giudiziaria ha come protagonista il giudice di Hannover che ha condannato a sei anni di carcere un 29enne sardo che lavorava come cameriere in Germania ma gli ha concesso le "attenuanti etniche e culturali". La sentenza e' di un anno fa ma e' stata resa nota solo in questi giorni in quanto il legale del giovane, l'avvocato Annamaria Busia, sta tentando di fargli scontare la pena in Italia. "Ho ottenuto una copia tradotta in italiano, con il timbro del tribunale tedesco, - ha spiegato all'Agi - in vista dell'udienza per il trasferimento in Italia prevista il 23 ottobre in corte d'appello a Cagliari". E nella sentenza si legge testuale: "Si deve tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell'imputato. E' un sardo. Il quadro del ruolo dell'uomo e della donna, esistente nella sua patria, non puo' certo valere come scusante me deve essere tenuto in considerazione come attenuante". Il fatto di essere nato in Sardegna, per il giudice tedesco, rende quindi meno grave la responsabilita' di in giovane che, convito che la fidanzata lituana lo tradisse, l'ha tenuta prigioniera per tre settimane sottoponendola anche a violenze sessuali di gruppo e arrivando a orinarle addosso. Le convinzioni sui sardi del magistrato, a dir poco bizzarre, hanno fatto risparmiare al cameriere almeno due anni di carcere. Il suo avvocato rimane comunque indignato. "E' una sentenza razzista", afferma sconcertata Annamaria Busia. - (Yahoo notizie)
In seno alla scuola semiotica tra le più importanti al mondo, mi viene da riflettere sulla natura del segno con due esempi tra i più pratici, come dimostra l'insegna del locus amenus raffigurata qui sotto (vedasi la didascalia nell'album multimediale).

Oggetto del mio esempio è una tavola imbandita per una cena galante, come quella che segue:

La foto è stata scattata dopo l'ora in cui la cena avrebbe dovuto aver luogo, segno che la cena non s'aveva da fare (forse per paura di quella cosa là dietro, troppo pesante da spostare, tanto da avvicinarle più semplicemente il tavolo).
Ora: secondo la scuola di pensiero che pone l'emittente del messaggio segnico al centro del processo semiotico, il fatto stesso che la tavola sia stata imbandita (e con quale cura!) basta a testimoniare davanti a tutti - e quindi anche di fronte al destinatario immeritevole del gesto - l'intenzione dell'emittente, in questo caso l'amareggiato sottoscritto.
Secondo un'altra scuola di pensiero, che affida al destinatario il ruolo centrale di interpretazione del messaggio e, di conseguenza, di messa in atto dello stesso, sarebbe la gentil (si fa per dire) donna a compiere il processo semiotico nella sua interezza, presentandosi alla serata e gustandone le prelibatezze, preliminari e - ci si spera sempre - postprandiali. Tipo così:

A noi le ardue sentenze.
Il caso ha voluto che capitassi in camera con un ragazzo italiano, di Potenza.
Grazie a lui scopro cosa significa essere latino. Al Pacino in Scarface. Parole d'ordine: prepotenza con le donne, rispetto per la parola data e sensibilità nell'onore della famiglia. Sicuramente un'altra Italia, rispetto a quella in cui usavo vivere. Posso dire di aver scoperto l'Italia, in Estonia.
Anche questo fa parte del gioco chiamato Erasmus. Conoscere se stessi attraverso gli altri. Indagare su ogni aggettivo con il quale ci definiamo, metterlo in discussione e cercare di sopravvivere alla perdita di identità. Per lasciarsi alle spalle tutte le forme attraverso le quali noi kafir troviamo la forza di (soprav)vivere bisogna quantomeno fuggire. Ma non tutti hanno il coraggio di Leone Tolstoj, il coraggio di vivere di sola essenza, di solo Verbo.
Confrontandomi con un meridionale doc e con un mezzo-tedesco (gene recessivo) mezzo-messicano (gene dominante) ho potuto constatare quanto segue: se essere latino significa un po' di sano orgoglio maschile in più, quello che ancora oggi, nonostante tutto, rende l'uomo italico inconfondibile anche qui nel nord-Europa, allora sono il primo a darmi il benvenuto nel club. Se però essere latino significa sentirsi in obbligo di condividere i propri mezzi con amici che, seppur bisognosi, dimostrano tanto una spiccata abilità a chiedere quanto una scarsa propensione a restituire il favore, beh, in quel caso proprio latino non mi sento.
Pensavo fosse proprio un fatto di cultura (scronf scronf - dovreste sentire che verso fa il genovese che c'è qui - inconfondibile). Più ci penso, tuttavia, più sono convinto che sia la natura a dominare in questo carattere, proprio come il personaggio di Al Pacino in Scarface (e qui tra i biondi ci si rende conto di quanto si è scuri: certe volte mi sento osservato come un angelo guarda, intimorito, il diavolo; come bambole l'anaconda).
Codesto solo possiamo dire: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo (direbbe Montale). Stasera mi è venuta ancora meglio: "I am so interested in knowing other people since I'm so frightened in knowing myself". La scrivo in inglese perché così l'ho detta alla polacca (e perché penso sia ora che anche noi italiani iniziamo a spikkare un po' di inglese). E poi, caro Dogma, anche se spesso sembra che voglia fare il bastian contrario, alla fine nei fatti seguo sempre i tuoi consigli.
Per chi cresce in città come Napoli, la vita diventa un gioco da ragazzi, dice Vincenzo. Io ahimè sono cresciuto a Brescia e così ijo de puta (nel senso buono) non mi sento. Apprezzo di più i polacchi che si fan cambiare due corone (15 centesimi) per darmi il resto della pizza che abbiamo mangiato assieme. Ma chissà ancora per quanto.
Pensando a Bergamo (Brescia sotto questo aspetto non merita nemmeno menzione) mi sento di dire che è stato difficile, ma per questo assai soddisfacente, trovare persone delle quali potessi fidarmi ciecamente, senza dover guardare al centesimo. A volte non ho potuto fare a meno di battere moneta, lo ammetto: se l'ho fatto è stato per un bisogno di chiarire certi punti e di ottenere maggior rispetto. Chi ha orecchie per intendere intenda. Poi, ovviamente, ce la si prende sempre con quelli che meno ne hanno colpa.
Concludo questa riflessione con una conclusione forse già scritta da qualche parte (e per questo forse non ancora messa in pratica - d'altronde il blog serve a me): brutta razza, le aspettative. Meglio agire d'astuzia e non farsene punto. Questa esperienza mi sta insegnando anche ad apprezzare e a fare un po' mio questo atteggiamento "aggressivo" verso la vita. Con stile e discrezione, ovviamente, ma un po' di prepotenza non guasta, soprattutto in certi campi.
Per il resto, tutto bene. Mo' mettete la bottiglia in valigia.