venerdì, 06 giugno 2008, ore 15:30

La verità è che non controlliamo nulla.

Avevo pensato che ci fosse una sorta di fifty-fifty tra gli eventi della vita che un individuo è in grado di controllare e quelli che sfuggono ad ogni controllo della logica. La pretesa di prendere gli eventi della vita e di sezionarli in due con un semplice ragionamento (sil-)logico è quanto di più vano si possa pensare.

È la logica che deve essere incanalata e suddivisa lungo l’asse della vita. Non c’è pezzo di materia vivente – prendi un tronco d’albero – che si possa dividere in due parti esattamente uguali. Tanto è vero che tagliare un tronco d’albero battendo l’ascia sull’asse trasversale rispetto alle sue venature interne è quasi impossibile senza l’aiuto di una motosega.

Coi soli mezzi che la natura gli dà – un paio di braccia – l’uomo non è in grado di rompere il tronco d’albero battendo l’ascia sul suo cuore. Il massimo che può fare è modificarne la forma scalfendo in profondità la corteccia: ma per operare qualsiasi cambiamento a livello della sua essenza, l’uomo deve ingegnarsi e seguire la direzione che la vita possiede già di per sé, il che vuol dire battere l’ascia sull’asse parallelo alle venature del legno.

Persino gli organismi non viventi e le creazioni stesse dell’uomo non sono sezionabili specularmente. Un’automobile, per esempio, è costruita per andare sulla strada, non per essere sezionata in due allo scopo di comprenderla. Tutto nasce da un disegno superiore a qualsiasi logica estetica di comprensione. È tanto chiaro quando si parla di automobili, non capisco quindi perché non dovrebbe esserlo per ciò che è stato creato prima dell’uomo. Ahimè l’uomo non è Dio, anche nell’ipotesi che Dio sia morto veramente.

Ogni riferimento alle casistiche personali che mi han portato a pensare quanto sopra non è che superfluo. Essere arrivato a questa consapevolezza per oggi mi basta e non pretendo di portare nessun altro sulla mia strada. Ognuno ci arriverà a modo suo, se vorrà arrivarci. Altrimenti vorrà dire che avrà vissuto bene lo stesso. Questione di metodologia.

milionidiscale

sabato, 19 aprile 2008, ore 00:12

Oggi, mentre mi stavo facendo un break nel parco, un piccione si è avvicinato alla panchina e ha preso nel becco la carta del twix che avevo appena gettato nel cestino lì accanto. Posatala per terra, ha iniziato a beccarla forsennatamente in cerca di qualcosa di commestibile. Dopo due o tre colpi di becco, appreso che da quell'involucro non avrebbe tratto nulla di buono, se ne saltellò lontano con la stessa noncuranza con la quale se ne era avvicinato.

Una volta avrei pensato che questo fosse il comportamento che ogni uomo dovrebbe adottare per vivere felice: superiore, indifferente, quasi afasico verso tutto e tutti.

Soltanto ora penso che l'uomo è per sua natura diverso da come la Natura si evolve, o forse semplicemente si trasforma obbedendo al suo proprio moto meccanico, automatico, naturale, appunto. Fosse anche che sia spinto soltanto da orgoglio e ostinazione, ma l'uomo è semplicemente testardo, incoerente, schizzofrenico.
Solo l'uomo sarebbe capace di tartassare un involucro fino all'infinito, a costo di maledirlo ogni secondo della sua vita, con la speranza o l'illusione che prima o poi da esso ne esca qualche sostanza.
Forse soltanto per provare tutta la gamma di sentimenti che albergano al di fuori della sua mente e che ogni giorno pressano il suo cervello da ogni lato per cercare di entrarvi e depositarsi sotto forma di esperienza e di memoria, forse soltanto perché questo è ciò che ogni uomo vorrebbe provare per dare un senso alla sua vita, pur consapevole che tutte le sue esperienze e le sue memorie, o almeno la maggior parte, cadranno nell'oblio una volta chiusi gli occhi per sempre. Forse semplicemente per tutto questo, l'uomo sarebbe (e lo è) disposto a farsi cieco davanti ad ogni altro involucro o fonte di sostentamento che giace a pochi passi dal ring dove si disputa la contesa fra lui soggetto e il suo oggetto.

Ed è soltanto con l'uomo un oggetto è capace di sovrastare il soggetto, un involucro di straripare di sostanza, un significante di significati. E' l'uomo che crea i segni che esso stesso andrà ad interpretare. E a mediare tutto questo c'è la volontà. La volontà che nasce, e non può che essere altrimenti, da uno stato di necessità. E qui vorrei appropriarmi delle parole di Gaber, quando dice che la necessità elimina automaticamente ogni considerazione e giudizio di ciò che è bene e di ciò che è male. E' qualcosa che va oltre, come direbbe Nietzsche.

E' la volontà che spinge l'uomo ad agire e a modificare il mondo in cui vive, cosa che ogni altro elemento della natura non è in grado di fare, imbevuto fino al collo nella sua lotta per la sopravvivenza. E di fronte ad essa nulla altro acquista valore, perché la volontà è l'estremo valore, intorno al quale si accollano tutti gli altri che ogni individuo considera tali.

Spinto dal bruciore e dal senso di mancanza che provo adesso per non aver posto in anticipo le condizioni per seguire la mia volontà, è ora che finalmente metta in atto ciò che da tempo considero l'adempimento di me medesimo più che di qualcun altro. Spero che un giorno finirò di rimproverarmi per non aver rispettato me stesso e di aver posto le condizioni perché le mie (non) scelte mi causassero sofferenza.

E non ascoltate quel codardo di Leopardi. La sofferenza che deriva da un desiderio non esaudito è nulla rispetto a quella che può derivare da un desiderio non messo in atto. E non c'è nessun principio, nessuno di quei
fantasmi di sembianze eccellentissime e soprumane, che tenga o che, per dirla con Giacomino (Operette morali, Storia del Genere umano) possa minimamente esercitare il governo e la potestà di esse genti.

Credo sia questa l'autoliberazione di cui parlava Miller.

"Quando l'avevo realmente amata? Quando? Non riuscivo a pensare. Avevo cercato un comodo utero ed ero rimasto intrappolato nel ripostiglio, mi ci ero chiuso dentro a chiave, avevo contemplato la luna andare e venire, avevo veduto una polpa sanguinosa dopo l'altra caderle di tra le gambe."
milionidiscale

giovedì, 27 marzo 2008, ore 03:11

Novantasei anni fa nasceva, nel piccolo centro di Puegnago sul Garda (BS), Marta Bortolotti, per noi nipoti nonna Martina.
A distanza di più di cinque anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 1 gennaio 2003, il suo ricordo tarda a cancellarsi dalla memoria: segno questo che
è ancora possibile, semplicemente vivendo, lasciare dei segni che contrastino il lento ma costante passare del tempo.
Ciò che nonna Martina ha potuto imprimere indelebilmente nella mia memoria è, per cominciare, una gaiezza, una spontaneità e una bontà di spirito che stento a credere sia maturata soltanto nella sua vecchiaia o negli ultimi diciott'anni in cui ho potuto conoscerla. Credo invece che questo "cuor contento", sempre pronto ad affidarsi alla provvidenza, sia dovuto proprio al corso delle situazioni a cui la vita la ha messa di fronte.
Già le circostanze della sua nascita sembrano voler significare qualcosa, che ancora non sono in grado di decifrare. Il padre, Piero Bortolotti, era un contadino e allevatore ricordato per il "piede lungo" con il quale soleva coprire a piedi una distanza pari a 50 chilometri (tra Puegnago e Montichiari, dove si tenevano i mercati generali del bestiame) ed essere di ritorno prima delle 10 del mattino; la madre, Maria Baccolo, era una fedele e devota massaia, della quale non mi sono pervenuti altri importanti ricordi, considerando anche la assoluta devozione di mia nonna per la figura paterna. Il solo pensiero della quale la illuminava, portandola ad elogiarne l'infinita bontà cristiana, soprattutto quando ricordava di come egli non lesinasse di offrire un piatto di minestra a un ospite che si fosse trovato a visitare la famiglia all'ora di pranzo, oppure quando, ricevuta una somma di denaro, passava direttamente dai suoi creditori per estinguere eventuali debiti, prima ancora di comprare il pane per la famiglia.
Mia nonna nacque terza di otto fratelli: quattro femminuccie in testa e quattro maschietti in coda. Il fatto un po' sorprendente è che, quando mia nonna venne al mondo, mio bisnonno iniziò a pensare di vendere le sue attrezzature, vedendo che la sua attività di contadino non avrebbe avuto futuro. Ma come si dice, aspettò. E infatti dopo qualche anno arrivò una carrellata di braccia maschili pronte a continuare ciò che lui aveva iniziato.
I figli crebbero, affrontarono l'epidemia di tifo dei primi anni '20 (una sorella di mia nonna non le sopravvisse, e una seconda morì poco dopo la cresima, con ancora sotto il cuscino gli orecchini ricevuti in regalo, che si riprometteva di indossare una volta guarita) e i maschietti, prima di partire per la guerra, si sposarono. A tal proposito, vorrei ricordare un altro fatto passato alla storia in famiglia. Dei quattro fratelli di mia nonna, tre si arruolarono nell'esercito e uno scontò anche alcuni anni di prigionia in un campo di concentramento tedesco. Quando terminò la guerra, due di essi fecero presto ritorno a casa, mentre il terzo sul principio non diede traccia di sé. Lo aspettarono per giorni in stazione, ma quello non arrivava, e allo stesso tempo non figurava nelle liste dei caduti per la patria. Si diceva che fosse ancora in qualche caserma sperduta a prestare servizio, come se lì (non so esattamente dove fosse, qui i ricordi di mia nonna si annebbiavano) non fosse ancora giunta la notizia che il conflitto era terminato. E proprio questo disse mio prozio quando finalmente potè riabbracciare i suoi cari, qualche mese dopo.
Intanto a Puegnago erano rimaste Orsolina e Marta. La secondogenita, come sorella maggiore, aveva trovato un lavoro come donna di servizio presso un ricco dottore del paese. Il lavoro era impegnativo, per non dire snervante, da come mi raccontava mia nonna, tanto che la fiera sorella dovette abbandonarlo per curare la sua salute sempre più cagionevole. Ahimé invano: un'influenza se la portò via all'età di ventinove anni. Ancora cinquant'anni dopo, mia nonna ne elogiava l'instancabile spirito lavorativo, e questo parla da sé.
Martina rimase quindi l'unica donna di casa e continuò a fare quel che aveva fatto fino a quel momento, ossia la ragazza "casa e chiesa", spostandosi continuamente tra cucina e sagrestia per aiutare un po' qua un po' là. Una condizione in un certo senso privilegiata, nella quale potè imparare utili mestieri (primo fra tutti il ricamo), che le permisero di maturare quella calma e serenità interiore con la quale ancora oggi la ricordo. Se c'è una qualità con la quale mi viene spontaneo associarla, questa è proprio la pazienza, la capacità di saper aspettare e di dar tempo alla vita, confidando  che la (Divina) provvidenza la avrebbe messa, prima o poi, sulla strada di scelte decisive da prendere al volo.
Giusto così accadde quando, appena dopo la guerra, a mia nonna venne presentato un uomo sui cinquant'anni, contadino anch'esso ma dall'aspetto molto signorile, proveniente dal vicino paese di Manerba del Garda. Era mio nonno Angelo (Bellini), classe 1894, appena rimasto vedovo della prima moglie e desideroso di prender moglie nuovamente con una brava ragazza come sicuramente mia nonna doveva presentarsi. Dopo tre anni, nel 1951, nacque Maria, mia mamma e, soltanto undici anni, nel dicembre del 1962, mio nonno morì di infarto mentre raccoglieva le olive da un albero.
Anche in questa tragica occasione, mia nonna e mia mamma stabilirono fin da subito che, in un modo o nell'altro, se la sarebbero cavata e, fin dalla prima sera in cui si trovarono sole, rifiutarono della compagnia e della vicinanza dei parenti più stretti per non abituarsi. E fu così che, tra vari commerci (allevamento, bachi da seta, successivamente lavori saltuari in casa di benestanti o a contatto con i primi turisti tedeschi che bazzicavano sulle coste del Benaco), le due donne si disimpegnarono egregiamente e mia mamma potè terminare gli studi. All'età di ventidue anni mia mamma si sposò con mio papà e con Edoardo si trasferì a San Vigilio di Concesio (BS), a circa quaranta chilometri dal paese natale. Per diversi anni mia nonna restò sul lago, ma con l'avanzare dell'età ovviamente i problemi aumentavano e si rendeva necessario un trasloco anche da parte sua.
Anche qui la pazienza venne premiata con l'occasione più ghiotta: un'anziana signora di Villa Carcina era disposta a condividere la sua casa in cambio di compagnia e affidabilità per i parenti. Fu così che mia nonna Martina si spostò dalla tranquilla vita della Valtenesi, immersa tra campi di ulivo sullo sfondo del lago, alla frenetica Val Trompia, sovrastata dalle industrie di armi e dal traffico incessante di macchine e novità.
Qui rimase fino al viaggio definitivo, facendo due San Martino (traslochi) e infine accettando, devo dire molto degnamente, la casa di riposo. Qui in Val Trompia mi vide nascere, assieme coi miei fratelli, e qui la conobbi. Di lei ricordo la giovialità, anche se non sono mancati diverbi anche abbastanza cruenti che lei ha sempre mostrato di comprendere, o quantomeno di perdonare. Ricordo il senso dell'ospitalità, probabilmente ereditato dal padre, unito a una spassosa gioia di godere la vita nelle sue manifestazioni più piccole. Storica è la sua risposta, quando le si rifiutava un dolce o un pasto da lei offerto: "Non occorre mica aver fame per mangiarlo". Storico è il suo racconto del signore che, terminato il solito piatto di fagioli nel solito ristorante, ordinò al cameriere una "replica" sentendo che il cliente che sedeva vicino a lui aveva ordinato con quella semplice parola una prelibatezza che nel menu non figurava neppure.
Di ricordi ce ne sarebbero ancora tanti, ma uno ancora vorrei ricordarne, perché esso mi fa pensare che,
nella vita, alcune coincidenze siano troppo perfette per essere semplicemente coincidenze. Quando la vidi per l'ultima volta, l'infermiera della casa di riposo mi disse che la notte prima Martina aveva sognato di essere già in paradiso e di salutare gli angeli. Ovviamente a questo dato, allora del tutto aleatorio, diedi peso soltanto la mattina dopo, quando mi dissero che la nonna si era spenta, verso le tre di notte. Fu proprio questo fatto che mi trasmise la serenità di affrontare il lutto con la consapevolezza che, fino all'ultimo, la nonna aveva vissuto bene e, malgrado le vicissitudini della sua lunga vita, i suoi pensieri guardavano a qualcos'altro, qualcosa di più elevato (complice forse anche un leggero Alzheimer).
E questa, così voglio credere, è appunto la fiducia nella provvidenza, o destino che si voglia chiamare (mia nonna era una fervente cristiana, anche in questo ereditaria del padre).
In altre parole, la pazienza.
Ed è in nome di questa qualità che oggi voglio ricordarla.
Nonna MartinaSei grande, nonna.
milionidiscale

sabato, 29 dicembre 2007, ore 02:50

Cavissime, avete ragione anche voi, ogni tanto. Da Dante a Montale fiori di illuminati hanno sprecato pagine per consegnare le armi, di fronte alle inoppugnabili verità che Cassandra profetizzava nelle segrete di Troia. Segno evidente che il segreto della vita è depositato indelebilmente in voi, tanto che nessuno, nemmeno Shakespeare travestito da Lady Macbeth o quel pazzo furioso di Henry Miller, non ha mai lesinato di riaprire le ferite che tre streghe si dileggiavano a profetizzare al nobile Macbeth tornato vincitore. Il sesso debole siamo noi, non voi. Quello che possiamo fare è semplicemente lottare per cercare di prolungare il più possibile quel momento di libertà che segue al nostro esordio nel mondo. Ma prima o poi ognuno di noi non può fare a meno di soccombere al vostro ordine e al vostro principio di necessità. E' soltanto una questione di tempo, nei limiti del quale giochiamo la nostra partita concedendoci sovente il lusso di inventarci le regole. A niente valgono, in fondo, le prevaricazioni e le discriminazioni che la storia ci consegna numerose, ultima l'assassinio di Benamir Bhutto.

Il mondo sta seguendo la direzione che Cassandra profettizzava. Con l'andare del tempo scema l'incredulità di fronte all'inevitabilità di quella visione, tanto che non ci fa più così paura immaginare la nuda Terra sotto le macerie di Troia distrutta e con essa di tutta la civiltà umana. Chissà se su Atlantide è andata allo stesso modo.

Tartu10oct 077Mi avete chiesto di aggiornarvi sulla mia vita in quel di Tartu. Vorrei tentare di rispondervi con parole semplici, ma proprio non ce la faccio, né stasera né mai. In fondo so che mi capite, che mi avete già capito, sono un pezzo di raffinato cristallo che si sta forgiando, per usare le parole con le quali mi dimostrate il vostro affetto. Quello che vi chiedo è di non farmi entrare in contatto con il vetro che circonda la fucina dove avviene la forgiatura. Non è per cattiveria che il mastro orafo pulisce il banco di lavoro dalle scorie di vetro lavorato in precedenza, ma è piuttosto per amore verso il suo lavoro e verso la sua creazione.

Per questo, chiudendo l'anno, vorrei chiudere ufficiosamente anche questo blog. Se non forse in casi eccezionali, cercherò di ridurre al minimo le occasioni di non-vita a cui anche questo blog ha dato origine. Senza nulla togliere ai numerosi momenti di non-vita che mi hanno accompagnato in questi anni - e che pur hanno prodotto buoni esiti, nei campi dove ho voluto concentrare l'attenzione - sarà ora sulla strada e nella mia mente che vivrò e che non vivrò, nella misura in cui il clima estone me lo concederà.

Non chiedetemi notizie più dettagliate. Sarà più bello raccontarsele a voce quando ci rivedremo, qui a Tartu o in Italia o Dio sa dove. Per la cronaca, sappiate che ho ottenuto il prolungamento dell'Erasmus anche per il secondo semestre. Ovviamente siete tutti/e benvenuti/e a visitarmi, basta che mi facciate sapere con un po' di anticipo e che vi attivate a trovare un aereo. Lo zoo è aperto a tutti, anche se vi consiglio di visitarlo questa primavera, con un po' di caldo e di luce in più, come ogni zoo che si rispetti.Tartu10oct 046

Per il momento, auguri di Buon Anno. Un bacio come si deve a tutti.

milionidiscale

martedì, 20 novembre 2007, ore 03:05

Se un giorno avrò una casa,

tappezzerò ogni stanza con una miriade di specchi.

Perché ogni volta che non sarò in casa,

mi ricordi che al rientro dovrò guardarmi negli occhi,

senza provare vergogna di vedere, nel vetro

un volto non rispettato e disonorato.

Cechia lug07

Forse la coscienza di un italiano

ha bisogno di essere percossa fino allo svenimento,

prima che reagisca, colma di sdegno e rivalsa,

ed espella il coraggio e la sfrontatezza che covano in lei.

milionidiscale

lunedì, 05 novembre 2007, ore 05:43

Dopo la visione (in notturna) de Il mercante di Venezia di Michael Radford non mi resta che mordermi le dita per aver sempre considerato il cinema una forma d'arte "inferiore" alle sorelle maggiori. Probabilmente esisteranno film più funzionali a un tale ricredimento, ma il pregio di far rivivere Shakespeare a più di quattrocento anni dalle recite nei teatri di Londra (e con quale forza, merito, mi sento di dire, soprattutto di Al Pacino), tale pregio mi conquista alla settima arte in modo irreversibile.

Dirò di più. Voglio mettere finalmente nero su bianco un'idea nata in una notte di elucubrazioni mentali in quel di Borgo Canale 6, quando un po' di alcol riuscì infallibilmente ad unire tre menti già alquanto elucubrate ed intellettualmente tarate quali la mia (se mi metto in prima fila è più per solidarietà che per immodestia), quella di Gabriele e quella di Giorgio.

In quella serata, di cui esistono, ahimé, testimonianze documentate, si stabilì, fra le altre cose, quanto segue.

Essendo il cinema, come tutte le altre forme d'arte, nato da un'aspirazione dell'uomo a ricreare la realtà in una forma che si avvicinasse il più possibile alle forme e alle dimensioni esteriori del mondo da esso abitato, ed essendo per ora il cinema la forma d'arte che - ora posso dirlo - più lo rispecchia, si può tentare di dedurre cosa sarà il passo successivo nella creazione dell'uomo fattosi Dio.

E questo passo ulteriore, "l'ottava arte", nasce secondo me (non ricordo se i miei interlocutori già sottoscrissero questo mio pensiero) dall'incrocio tra scienza ed arte: ad essa ho voluto dare il nome del primo essere clonato, la pecora Dolly. Dolly era la reincarnazione della natura più simile e più perfetta a ciò che chiamiamo il miracolo della vita. Si potrebbe facilmente obiettare a questa tesi su basi teologico-morali, ma ciò su cui voglio porre l'attenzione è meramente il piano delle apparenze, dove le arti giocano la loro partita con la realtà.

E qui Dolly appare come la prima creatura dell'uomo in tre dimensioni. Giustappunto ciò che mancava al cinema per arrivare alla perfezione. Oltre, naturalmente, al respiro e a tutte le caratteristiche fisico-biologiche proprie di un essere organico, per non dire vivente.

Dolly è l'ottava arte. Lo dico qua, perché a nessuno venisse in mente di rubarmi l'idea iniziale e, allo stesso tempo, perché a qualcuno venisse in mente come rubarmela e metterla in atto. Si escludono tutti i tentativi, falliti in partenza, dei vari reality-show alla Grande Fratello. La via, diciamolo pure, poteva essere quella, soltanto con un po' di sale in zucca a 'ste pecore sulla scena.

Ora capisco, d'altronde, perché nella Fattoria degli Animali Orwell ci mette i porcelli a governare e gli uomini a scappare. Ahimé non sono così pessimista.

milionidiscale

mercoledì, 31 ottobre 2007, ore 03:59

Dopo un'assenza che durava da settimane, oggi finalmente il sole ha fatto capolino tra le nuvole e ha illuminato l'assopita Tartu per quasi due ore. Un evento che mi ha messo talmente di buon umore da non sapere come sfruttare tanta bontà. Non ho potuto fare altro che catapultarmi in strada armato di macchina fotografica per immortalare questo raro momento, in apparenza così banale.

Dopo una presenza al mio fianco che durava da settimane, stasera il mio compagno di caccia ha inspiegabilmente abbandonato la partita e non è venuto in discoteca. Un evento che mi ha messo nella condizione per illuminare l'assopito Marco per più di due ore, tanto da non sapere come sfruttare tanta bontà. Non ho potuto fare altro che catapultarmi in strada armato di fucile e di obiettivo, per immortalare questo raro, nuovo, finora quasi sconosciuto momento, in apparenza così banale.

Il sole a Tartu. Io che entro solo in discoteca. Anche se il sole ha soggiornato nel cielo estone soltanto per due ore, anche se la battuta di caccia non è stata così produttiva come quando si era in due, sono questi i momenti che voglio immortalare. Mi vengono in mente alcuni film di Al Pacino che mi sto divorando nei tanti spazi di tempo: Tony Montana che ottiene la carta verde ammazzando il rifugiato politico cubano; Michael Corleone che ammazza il mafioso turco e si rifugia in Sicilia; Riccardo III che convince il re Edoardo IV ad ammazzare il fratello erede al trono. Tutti personaggi all'inizio della carriera, senza nulla da perdere.

milionidiscale

domenica, 14 ottobre 2007, ore 07:53

Ragazzi, al ritorno da una settimana a Pietroburgo, la situazione estone si fa piuttosto critica.

Peter 190

Se il sole dà alla testa, credo che la mancanza pressoché totale di sole produca effetti ancor più devastanti che i quaranta gradi italiani. Voglio credere che tutto sia dovuto a questo. Altrimenti non mi saprei spiegare certi tiri mancini che i bianchi, pallidi, lunari nordici giocano nei confronti di noi neri, scuri, solari meridionali.

Tartu10oct 166

Non ci si finisce mai di stupire, giorno dopo giorno. Ovviamente si resta in piedi e si guarda oltre il cadavere del nemico. Boia chi molla.

Tartu10oct 208

Ma se succede qualcosa (soprattutto con la lituana, e non quel qualcosa), voglio almeno essere processato ad Hannover. Sentite qua sotto. Con questo clima, questo ed altro. E qui chiudo.

06-09-07_1118

Violenta La Ex In Germania: Sconto Pena Perche' e' Sardo - (AGI) - Cagliari, 11 ott. - Ha tenuto segregata per giorni la ex fidanzata, l'ha picchiata, violentata, torturata e umiliata in vari modi ma ha ottenuto uno sconto di pena perche' e' sardo. L'incredibile vicenda giudiziaria ha come protagonista il giudice di Hannover che ha condannato a sei anni di carcere un 29enne sardo che lavorava come cameriere in Germania ma gli ha concesso le "attenuanti etniche e culturali". La sentenza e' di un anno fa ma e' stata resa nota solo in questi giorni in quanto il legale del giovane, l'avvocato Annamaria Busia, sta tentando di fargli scontare la pena in Italia. "Ho ottenuto una copia tradotta in italiano, con il timbro del tribunale tedesco, - ha spiegato all'Agi - in vista dell'udienza per il trasferimento in Italia prevista il 23 ottobre in corte d'appello a Cagliari". E nella sentenza si legge testuale: "Si deve tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell'imputato. E' un sardo. Il quadro del ruolo dell'uomo e della donna, esistente nella sua patria, non puo' certo valere come scusante me deve essere tenuto in considerazione come attenuante". Il fatto di essere nato in Sardegna, per il giudice tedesco, rende quindi meno grave la responsabilita' di in giovane che, convito che la fidanzata lituana lo tradisse, l'ha tenuta prigioniera per tre settimane sottoponendola anche a violenze sessuali di gruppo e arrivando a orinarle addosso. Le convinzioni sui sardi del magistrato, a dir poco bizzarre, hanno fatto risparmiare al cameriere almeno due anni di carcere. Il suo avvocato rimane comunque indignato. "E' una sentenza razzista", afferma sconcertata Annamaria Busia. - (Yahoo notizie)

milionidiscale
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categoria : momenti di essere

martedì, 02 ottobre 2007, ore 23:08

In seno alla scuola semiotica tra le più importanti al mondo, mi viene da riflettere sulla natura del segno con due esempi tra i più pratici, come dimostra l'insegna del locus amenus raffigurata qui sotto (vedasi la didascalia nell'album multimediale).

Tartu27set 188

Oggetto del mio esempio è una tavola imbandita per una cena galante, come quella che segue:

Tartu02oct 006

La foto è stata scattata dopo l'ora in cui la cena avrebbe dovuto aver luogo, segno che la cena non s'aveva da fare (forse per paura di quella cosa là dietro, troppo pesante da spostare, tanto da avvicinarle più semplicemente il tavolo).

Ora: secondo la scuola di pensiero che pone l'emittente del messaggio segnico al centro del processo semiotico, il fatto stesso che la tavola sia stata imbandita (e con quale cura!) basta a testimoniare davanti a tutti - e quindi anche di fronte al destinatario immeritevole del gesto - l'intenzione dell'emittente, in questo caso l'amareggiato sottoscritto.

Secondo un'altra scuola di pensiero, che affida al destinatario il ruolo centrale di interpretazione del messaggio e, di conseguenza, di messa in atto dello stesso, sarebbe la gentil (si fa per dire) donna a compiere il processo semiotico nella sua interezza, presentandosi alla serata e gustandone le prelibatezze, preliminari e - ci si spera sempre - postprandiali. Tipo così:

Tartu10oct 182

A noi le ardue sentenze.

milionidiscale

giovedì, 20 settembre 2007, ore 02:46

Il caso ha voluto che capitassi in camera con un ragazzo italiano, di Potenza.

Grazie a lui scopro cosa significa essere latino. Al Pacino in Scarface. Parole d'ordine: prepotenza con le donne, rispetto per la parola data e sensibilità nell'onore della famiglia. Sicuramente un'altra Italia, rispetto a quella in cui usavo vivere. Posso dire di aver scoperto l'Italia, in Estonia.

Anche questo fa parte del gioco chiamato Erasmus. Conoscere se stessi attraverso gli altri. Indagare su ogni aggettivo con il quale ci definiamo, metterlo in discussione e cercare di sopravvivere alla perdita di identità. Per lasciarsi alle spalle tutte le forme attraverso le quali noi kafir troviamo la forza di (soprav)vivere bisogna quantomeno fuggire. Ma non tutti hanno il coraggio di Leone Tolstoj, il coraggio di vivere di sola essenza, di solo Verbo.

Confrontandomi con un meridionale doc e con un mezzo-tedesco (gene recessivo) mezzo-messicano (gene dominante) ho potuto constatare quanto segue: se essere latino significa un po' di sano orgoglio maschile in più, quello che ancora oggi, nonostante tutto, rende l'uomo italico inconfondibile anche qui nel nord-Europa, allora sono il primo a darmi il benvenuto nel club. Se però essere latino significa sentirsi in obbligo di condividere i propri mezzi con amici che, seppur bisognosi, dimostrano tanto una spiccata abilità a chiedere quanto una scarsa propensione a restituire il favore, beh, in quel caso proprio latino non mi sento.

Pensavo fosse proprio un fatto di cultura (scronf scronf - dovreste sentire che verso fa il genovese che c'è qui - inconfondibile). Più ci penso, tuttavia, più sono convinto che sia la natura a dominare in questo carattere, proprio come il personaggio di Al Pacino in Scarface (e qui tra i biondi ci si rende conto di quanto si è scuri: certe volte mi sento osservato come un angelo guarda, intimorito, il diavolo; come bambole l'anaconda).

Codesto solo possiamo dire: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo (direbbe Montale). Stasera mi è venuta ancora meglio: "I am so interested in knowing other people since I'm so frightened in knowing myself". La scrivo in inglese perché così l'ho detta alla polacca (e perché penso sia ora che anche noi italiani iniziamo a spikkare un po' di inglese). E poi, caro Dogma, anche se spesso sembra che voglia fare il bastian contrario, alla fine nei fatti seguo sempre i tuoi consigli.

Per chi cresce in città come Napoli, la vita diventa un gioco da ragazzi, dice Vincenzo. Io ahimè sono cresciuto a Brescia e così ijo de puta (nel senso buono) non mi sento. Apprezzo di più i polacchi che si fan cambiare due corone (15 centesimi) per darmi il resto della pizza che abbiamo mangiato assieme. Ma chissà ancora per quanto.

Pensando a Bergamo (Brescia sotto questo aspetto non merita nemmeno menzione) mi sento di dire che è stato difficile, ma per questo assai soddisfacente, trovare persone delle quali potessi fidarmi ciecamente, senza dover guardare al centesimo. A volte non ho potuto fare a meno di battere moneta, lo ammetto: se l'ho fatto è stato per un bisogno di chiarire certi punti e di ottenere maggior rispetto. Chi ha orecchie per intendere intenda. Poi, ovviamente, ce la si prende sempre con quelli che meno ne hanno colpa.

Concludo questa riflessione con una conclusione forse già scritta da qualche parte (e per questo forse non ancora messa in pratica - d'altronde il blog serve a me): brutta razza, le aspettative. Meglio agire d'astuzia e non farsene punto. Questa esperienza mi sta insegnando anche ad apprezzare e a fare un po' mio questo atteggiamento "aggressivo" verso la vita. Con stile e discrezione, ovviamente, ma un po' di prepotenza non guasta, soprattutto in certi campi.

Per il resto, tutto bene. Mo' mettete la bottiglia in valigia.

milionidiscale